uno sporco lavoro
Faccio uno sporco lavoro.
Uno di quelli, appunto, che qualcuno deve pur fare.
E in effetti siamo in parecchi, a farlo.
Il mio è un lavoro di quelli da cui tutti prendono le distanze. Di quelli che tutti ne parlano male
nei vuoti di conversazione, certi di riscuotere consenso e poi quando capiscono che fai proprio quella roba lì, si imbarazzano e dicono ma no…volevo dire…non sembri mica.
Perché poi la gente come me incute timore:
io lavoro in luoghi che le persone abitualmente rifuggono e il mio intervento attiene strettamente al
concetto di tragedia, di guaio o, ad essere fortunati, di problema.
Il mio lessico è incomprensibile. Mi occupo di questioni oscure che per definizione non possono essere risolte onestamente e infatti nessuno vuole davvero sapere come faccio, basta che lo faccia.
Arrivano da me disposti a promettere qualsiasi cosa, ma quando la faccenda è risolta fanno di tutto
per dimenticare…sarà per questo che sovente dimenticano di pagare. Noialtri siamo potenti e pericolosi per assunto e per assunto ci credono anche ricchi.
Il mio mestiere ha a che fare con la paura, con gli errori, con il senso di colpa: per questo non piace,
per questo non se ne può fare a meno.
E per giusto contrappasso di questo io vivo: in questo mestiere bisogna vincere e vinci solo se stai
all’erta, se hai paura, se dubiti, se pensi sempre che avresti dovuto fare di più.
Quando qualcuno viene da me, nella maggior parte dei casi mi piazza davanti la sua verità perché
io la raccolga e la faccia mia. Perché la renda credibile al mondo rendendo credibili loro. Perché la perfezioni e la renda inattaccabile, così che possano ripeterla a se’ stessi fino a cancellare ogni dubbio.
Da me vogliono comprensione, lealtà, presenza costante e dedizione incondizionata. Vogliono che rimedi i loro errori, che copra con un pietoso oblio le loro vergogne, che renda accettabili le loro debolezze, che spieghi al mondo la loro ragione o che lo costringa a dimenticare il loro torto.
Su di me rovesciano ogni angoscia, dinnanzi a me smarriscono ogni adultità. Pretendono di sentirmi ad ogni ora, vorrebbero cancellare la notte ed il riposo, vorrebbero che l’unico mio tempo possibile fosse quello che scandisce le loro ansie.
Pretendono che io sia con loro santa miracolosa, madre misericordiosa ed onniscente, veggente, guaritrice, non tollerano da me alcun giudizio, nessuna ombra di severità.
Per il loro nemico chiedono io sia vendetta fiammeggiante o spia silenziosa, veleno, giustiziere
inarrestabile. Vogliono che faccia il lavoro sporco, che lo faccia bene e senza esclusioni di colpi, che li lasci puliti e dimentichi, pronti di nuovo a giudicare e pretendere.
Altri, invece, arrivano girandosi le mani e guardandosi i piedi. Quando sentono il mio sguardo ostinato
fisso sulla fronte, risalgono dubbiosi fino ai miei occhi.
Restii a raccontare ciò che per certo non sarà mai creduto, rispondono solo a domande precise
e sanno precisamente da che parte finiranno: quella del torto.
Sovente chiedono il motivo delle assurde trappole in cui inciampano e che dissanguano le loro vite.
Questi sono la mia ferita impotente, la mia malattia, ciò che mi sveglia di notte come qualcosa di
urgente che bussa alla porta del mio cervello addormentato.
Loro sono i nomi che non dimentico, il mio orgoglio e la mia dannazione. Sono il fardello che porto scalando giornate infinite. Sono la mia rabbia che scava a mani nude e mi consuma.
Le loro facce, i loro figli, la loro fame, la loro sorte sono la mia forza ed il motivo per cui non riesco
ancora a fuggire.
Quando ho iniziato questo mestiere, mi è stato imposto un giuramento. Ho dovuto giurare di adempiere
con fedeltà al mio compito, nell’ interesse superiore della giustizia e della mia nazione.
Senza neppure sapere perché, la frase mi è cambiata nella bocca, e così o giurato
nell’interesse della mia fazione.
Non che avessi in mente una fazione in particolare , ma il concetto di nazione non mi
è granché famigliare e per istinto mi ispira diffidenza. La fazione, inoltre, è di per se’ parziale e
legata ad eventi anche contingenti e mi è parsa perciò più adatta a me.
Non ho avuto torto, perché mi capita sempre più spesso di doverci combattere, con questa cosiddetta nazione che sarebbe pure la “mia”, per provare a difendere le persone.
Difenderle dall’onnipotenza della sua chiesa, dall’ignavia dei suoi giudici, dalla violenza dei suoi poliziotti, dalla prepotenza dei suoi ricchi, dall’ottusità dei suoi benpensanti, dall’idiozia delle sue
leggi, dalla crudeltà del suo popolo, dall’ipocrisia del suo senso comune.
Questa è la realtà dei miei giorni, questo il fastidio delle mie notti, il carburante della mia gastrite.
Questo è il mio sporco mestiere.
Io faccio l’avvocato